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Maremma
dolce e amara
Ché
per velenosa e traditora che fosse, e abbandonata e
selvatica come a vederla ora non se ne ha nemmeno l'idea,
era anche tanto bella, in tutto quel susseguirsi di
trasognate solitudini, cupe di boscaglie o smaglianti
d'acquitrini erbosi, di cui non animavano gli assorti
silenzi che il rombare lontano delle mareggiate sul
litorale, il frusciare e il mugolare del vento sulle
selve e sulle forre, il muglio d'una mandria brada,
lo schiamazzare d'un branco d'anatre dentro un canneto,
o a volte, sull'annottare, il richiamo svanito d'una
campana da un bogo perso fra le macchie, chi sa dove.
Una terra che stregava: forse, soprattutto, per quella
sensazione che dava, di libero e di avventuroso.
Guelfo
Civinini, La casa dei sette pini, Edizioni Mondadori
1966
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