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Storia

Maremma una volta

"Strana terra questa Maremma.
Difficile a domarsi più del suo cavallo brado e del suo bove di macchia mai domi del tutto; assetata di acqua di cielo e di acqua di sorgente, marcia di paludi, senza foraggi, senza legumi e ortaggi, senza frutti e pur seducente come un miraggio per le sue possibilità di ricchezza". (I. Imberciadori)

 

 

 

La Maremma, nonostante le paludi, è stata per secoli una delle zone più importanti della Toscana per la quantità di grano prodotta. Il governo della Repubblica senese e dopo di esso quello mediceo, tranne che sporadiche ed inefficaci iniziative, non si proposero mai seriamente di risolvere il problema. Gli errori legislativi rendevano inefficaci qualsiasi intervento di bonifica. Uno dei mali maggiori era la proibizione della libera tratta del grano che " tante volte era stata concessa per legge, e poi revocata coi fatti e l'assegnazione dei prezzi fatta ai grani tempo per tempo, più secondo le mire e gli interessi dei monopolisti che in riguardo all'agricoltura, rendeva sgomenti quelli abitanti e li alienava dalle coltivazioni più di quello che avesse operato l'insalubrità del clima". (S. Bandini)
Con l'avvento dei Lorena ( 1737 Reggenza ), in un nuovo clima culturale e politico, l'opera di bonifica prese veramente inizio, e si concluderà molto più tardi, nel Novecento.

Alla fine del '700 i lavori furono sospesi, rimaneva il sogno di vedere una terra sana e rigogliosa. Intanto si faticava e si moriva di malaria.
Ecco come si mieteva in Maremma alla fine del 1700:
la mattina, al primo albore, al canto che fa la calandra (la grande allodola maremmana) i mietitori vanno al lavoro insieme al Caporale e ai Fattoretti. Il Principale stesso, la prima mattina, è andato al campo e ha fatto aprire un grande stradone tra la messe, finché giunto a un posto dove gli sembra meglio, ha fatto mietere tutto in giro come una grande piazza: qui i mietitori hanno depositato la loro "robba"; qui fanno colazione, desinare e cena, qui sulla terra, all'aperto, dormono da un'ora dopo il tramonto fino all'alba.
Il Fattoretto sorveglia dieci uomini; è a cavallo e armato di bastone. " I Fattoretti fanno il possibile di non strapazzare i mietitori, ma quando si vede che alcun mietitore disprezzi il lavoro e che non stima gli avvertimenti, allora, si corregge col bastone".
Girano per il taglio gli "acquaroli" che hanno l'ordine di dare acqua "bona", altrimenti sarebbe una ribellione. Si lavora a schiena bassa sotto il sole di giugno, dall'alba sino all'Ave Maria, con brevi intervalli. Se la salute regge....

Cento anni dopo i mietitori dormivano ancora nella paglia, lavoravano da quando faceva giorno a quando faceva notte sotto l'occhio vigile di un sorvegliante, mangiavano poco e male, si ammalavano di malaria. La malaria è stata la protagonista della Maremma di ieri, è scomparsa definitivamente dopo la seconda guerra mondiale grazie al completamento della bonifica.

 

Le colonizzazioni

La presenza del latifondo, l'impaludamento progressivo e di conseguenza la malaria avevano fatto della Maremma una terra di frontiera. Pregiudiziale ad ogni tentativo di bonifica non poteva essere se non la presenza continua dell'uomo. Tentativi di ripopolamento furono fatti dalla Repubblica senese e in seguito dai granduchi medicei: Cosimo I , nel sec XVI, insediò a Massa una colonia di agricoltori fatti provenire dal bresciano, dal Friuli e dall'Istria. Fece preparare case, arnesi da lavoro, viveri e commissari incaricati di "invigilare alla loro conservazione." Nel 1561, allorché quelle famiglie giunsero a Massa, non trovarono tutti "quei comodi e tutte quelle facilità di condizione " promessi da Cosimo. Nel corso di due anni la colonia non esisteva più.
Ferdinando I (1587 - 1609) introdusse delle colonie a Sovana, con lo stesso risultato. Il tentativo di ripopolamento della Maremma fu rinnovato nel 1739, durante la Reggenza. Famiglie furono fatte venire dalla Lorena e sistemate a Massa e a Sovana. Fu un disastro completo, dopo pochi anni non rimaneva che qualche superstite. La malaria aveva causato la morte della maggior parte dei "forestieri", che non erano abituati a vivere in una terra difficile e insidiosa come la Maremma.

 

 

 

L'ultima colonizzazione risale al periodo fascista. A partire dal 1928 Il Genio Civile e L'Opera Nazionale Combattenti dettero inizio ai lavori di bonifica idraulica, avviando una profonda trasformazione agraria e fondiaria. Nella zona della Tenuta di Alberese furono recuperate zone acquitrinose e costruiti nuovi poderi, creando così le condizioni per l'insediamento dei coloni. Tra il 1930 e il 1932 arrivarono ad Alberese gruppi di famiglie provenienti dal Veneto. La colonizzazione della Maremma va collocata in un programma più ampio che il governo fascista portava avanti per controllare i flussi migratori interni, favorendo lo spostamento di popolazioni dalle zone più povere e meno produttive verso quelle bonificate. L'impatto per le famiglie contadine fu duro: esse si trovarono ad abitare una terra sconosciuta, desolata, dove non c'era un albero, simbolo del legame fra la terra e l'uomo.
Dopo la seconda guerra mondiale si completò l'azione di bonifica in Maremma, con la frammentazione dei latifondi e la formazione della piccola proprietà. . Nel 1954 i poderi dell'azienda dell'Alberese furono assegnati ai contadini.

 

 

Riferimenti bibliografici: Felice Andreis - Le fotografie della Maremma 1930 - 1939 Archivio delle tradizioni popolari della Maremma, Comune di Grosseto 2003
P. Nardini - M. De Benedetti I Veneti di Maremma -storia di una migrazione Archivio delle tradizioni popolari della Maremma, Comune di Grosseto 2004
I. Imberciadori
Campagna toscana nel Settecento - Vallecchi Firenze 1953

 

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